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Morto un social non se ne fa un altro

Non sono mai stata fan dei social. Per carattere, discrezione, riservatezza. E voglia e necessità di farmi gli affari miei. 
Devo dire però che con il trascorrere degli anni lo sono diventata ancora meno, perchè la frequentazione, la pratica e l'esperienza mi hanno fatto riempire molto di più la colonna degli svantaggi di quella dei vantaggi derivanti dal loro utilizzo.
A farmi prendere una posizione decisa sono stati soprattutto i cambi di fronte di persone conosciute che, nel tempo, hanno avuto inaspettati cappotamenti. Come gli exploit di persone riservatissime che improvvisamente hanno sentito l'esigenza di condividere nello sfogatoio le proprie gioie (?), i successi (?) e le risalite post cadute (?). 
I punti interrogativi, oltre che nel testo, si stampano forte nella mia mente. 

Ho sempre diffidato dei baci scambiati in pubblico. O meglio delle coppie, specie se non giovanissime, che si baciano appassionatamente in mezzo alla strada, di chi condivide calorose effusioni in luoghi pubblici incurante di astanti e passanti. Non per moralismo, ma per statistica. Difficilmente, se non mai, ho visto queste coppie battere record di durata. Al contrario, ho constatato che le più longeve erano quelle che avevano sempre avuto un profilo basso, custodendo gli slanci emotivi come preziosi elementi della propria privacy e della loro vita tutta.
Occhio: non sto parlando di entusiasmo. Non parlo della gioia manifesta di un amico che abbraccia calorosamente un altro amico. Sto parlando di quei gesti, mascherati da amore, che somigliano tanto ad una malcelata forma di esibizionismo, e che fanno rima con parole come orgoglio, possesso, primato.

Negli anni '90 inventai e realizzai la AAAMusicians, una banca dati online per musicisti. Era un Linkedin antelitteram tramite il quale tutti i professionisti della musica, su iscrizione volontaria, potevano esporre la propria faccia corredata da una scheda da compilare (uguale per tutti) dove comunicare esperienze e altri dati indispensabili come recapito (non cellulare perché non erano ancora diffusi), posizione ENPALS, eccetera, ad eventuali datori di lavoro. Le immagini del portale erano state ideate da un illustratore - nota bene, non grafico - che rendevano il tutto unico ed originale.
Aveva un senso. Fu apprezzata. Ma morì presto con l'avvento di strumenti capaci di mettere in mostra - non uso mai parole a caso - molto più di una foto e di un curriculum.

Torno ai Social, anzi social (usare la maiuscola mi pare veramente uno spreco).
Al pari del nucleare, le intenzioni che ne determinarono la genesi erano certamente buone, e per certi versi lo sono tuttora: mettere in contatto persone, conosciute e sconosciute, che perfino dal più remoto angolo di mondo potessero comunicare, mostrarsi e mostrare immagini, idee, pensieri, opinioni. In quasi vent'anni di vita anni più o meno tutti noi ne abbiamo usufruito, felici di ritrovare vecchi compagni di scuola ed ex fidanzati, ammirando luoghi e panorami che prima vedevamo solo in cartolina, parlando in tempo reale con persone di tutto il mondo. Finchè... Prima di dare seguito ai puntini faccio un passo indietro.

Ma era così necessario ritrovare i propri ex? Così urgente gettare carta e penna del dimenticatoio? Così inevitabile rinuciare all'attesa, al desiderio, alla speranza riposta in due righe scritte a mano? Così indispensabile decretare anzitempo la morte del servizio postale?
Non sono una nostalgica, in questo frangente prendo solo atto del fatto che col dilagare dell'uso delle tastiere i bambini di oggi trovano faticoso e pressocché inutile imparare a scrivere di proprio pugno. Che nessuno si stupisce più di un'immagine ritratta in cartolina. Che non si ha più modo di fantasticare e sognare nell'attesa dell'arrivo di una lettera. E che la gioia, lo stupore e la meraviglia che accompagnava i lunghi tempi dell'attesa sono sentimenti sconosciuti che non si possono nemmeno più spiegare. E nemmeno godere.
Ecco: parliamo di godimento.
Ma voi ci provate gusto a scrollare feed e scorrere reel? Che cosa vi resta dopo un'ora di uso intensivo del pollice sullo schermo? Vi sentite più ricchi, più edotti, più aggiornati? Oppure, come me, provate un senso di vuoto e avete l'impressione di non aver fatto nulla? E di avere in mano una sola certezza: quella di aver buttato via tempo, quel tempo prezioso e limitato dell'unica vita che avete a disposizione. Al contrario invece vi sentire più saggi ed istruiti, e nel farlo avete goduto? 
Ritorno ai puntini sospesi.

Finchè... 
Finchè non è successo che Facebook, Instagram e il più, in apparenza, altolocato LinkedIn non sono diventati altro che è un teatrino universale dove esibirsi mettendo in mostra doti e qualità, latenti, inespressi o potenziali, fare sfoggio del proprio potere, del prestigio, dei soldi, oppure della rabbia, dell'odio, del rifiuto contro il potere e gli organi occulti. E perfino la vetrina nella quale sperticarsi in magnifiche lodi nei riguardi di mogli e mariti ed entusiastici bilanci relativi alla propria vita di coppia. Con centinaia di pollicioni alzati, cuori rossi e commenti calorosi di persone che condividono la gioia (davvero?) delle nostre affermazioni (veritiere?).

Ognuno mostra quello che ha. E pure quello che non ha. Al grido di un'unica parola d'ordine: mostrare. Mostrarsi. Dimostrare. Vantarsi. Fare invidia. Oppure fare pena, fare squadra con infelici e derelitti. 
Raccogliere consensi. O dissensi. Al grido di "purchè se ne parli". Il confronto è praticamente impossibile. Perché l'audience di divide categoricamente in yes-man e haters, in quelli che ti danno spudoratamente ragione solo perché sei tu, e quelli che ti odiano solo perché sei tu. Così, chi ha un'opinione la mantiene nonostante le reazioni altrui, chi non ce l'ha di certo non riesce a cambiarla o farsene un'altra grazie ai commenti altrui. Oltre ad essere sterile, la conversazione risulta quindi del tutto inutile.

L'unica cosa certa della frequentazione dei social è che in quelle ore che si spendono lì dentro ci si fa un mucchio di affari degli altri. Così come gli altri si fanno una marea di affari tuoi. E man mano che il tempo passa, non è più nemmeno più certo che quegli "affari" siano autentici. Perché se prima era facile scoprire le fandonie frutto di fantasia e voglia di grandezza, adesso, anche per i più scafati, è molto difficile essere certi della realtà di ciò che si vede. In un mondo dove non ci si può fidare nemmeno più dei propri occhi che senso ha guardare per ore uno schermo? Anche l'aspetto ludico attinente al giudicare e criticare e confrontare le tue rughe con quelle dell'amica tua, capirete, viene meno. Ci hanno istruito anni e anni a rinoscere le fake news, adesso dovrebbero insegnarci a riconoscere la verità... ma con l'avvento, o meglio il sopravvento dell'AI, è tutt'altro che semplice. 

Insomma: un conto è guardare i profili dei tuoi amici sapendo che c'è la possibilità che grazie ad un filtro particolare la loro faccia appaia più giovane, altro invece è avere la certezza che la maggior parte dei contenuti pubblicati sia fasulla, travisata, artefatta. Che fatica essere costretti a gettare la canna da pesca e portare tanta pazienza in attesa che, con il passare dei minuti, venga a galla qualcosa di vero. Saremo in grado di gestire l'Artificiale? La risposta ovviamente è no. Per ora però l'useremo, tanto, finché lei non userà noi. C'è solo da capire in quanto tempo succederà. Ma non si può fermare il progresso tecnologico. 

Il post era sui social, smetto di andare fuori tema e torno all'oggetto.
Anche se non vogliamo dircelo i social sono già morti. 
Ma visto che noi siamo ancora vivi, finchè ci riusciamo, viviamo.

 
 
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